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Riflessioni su: "La prudenza di osare": quando decidere significa accettare l'incertezza e scegliere!

11 minuti fa
Tempo di lettura: 8 min
filosofo greco che sorregge una colonna

Viviamo nell'epoca delle possibilità infinite.

Possiamo confrontare, scegliere, cambiare, ricominciare. Abbiamo accesso a una quantità di informazioni che nessuna generazione precedente ha mai posseduto. Possiamo conoscere prima di partire, prevedere prima di decidere, consultare esperti, confrontare esperienze, raccogliere opinioni.

Eppure, paradossalmente, sembriamo sempre più in difficoltà quando arriva il momento di scegliere.

È dentro questo paradosso che si colloca La prudenza di osare di Catherine Van Offelen, un saggio che, attraverso il recupero del pensiero aristotelico e la figura di Ulisse, affronta una questione profondamente contemporanea: come possiamo prendere decisioni quando non abbiamo la certezza di quale sarà il loro esito?

La domanda filosofica diventa così una domanda psicologica.

Perché spesso ciò che chiamiamo prudenza non è prudenza.

È paura.

E ciò che chiamiamo bisogno di sicurezza non è necessariamente sicurezza.

È, talvolta, il tentativo di sottrarci all'incertezza della vita.


La prudenza non è non rischiare

Il titolo del libro contiene già un apparente ossimoro: la prudenza di osare.

Siamo abituati a pensare alla prudenza e all'audacia come a due atteggiamenti contrapposti. Il prudente valuta, pondera, si protegge; l'audace agisce, rischia, si espone.

Van Offelen ci invita invece a ripensare questa opposizione attraverso il concetto aristotelico di phrónesis, generalmente tradotto come prudenza, saggezza pratica o discernimento.

Nella prospettiva di Aristotele, il prudente non è colui che evita sistematicamente il rischio. È colui che sa valutare ciò che è opportuno fare nella concretezza di una situazione, riconoscendo che l'azione umana si svolge in un mondo contingente, nel quale non tutto può essere previsto.

La phrónesis non offre una garanzia.

Offre qualcosa di diverso: la capacità di giudicare quando la garanzia non è possibile.

Ed è proprio questo che la rende sorprendentemente attuale.

Perché una delle grandi difficoltà dell'uomo contemporaneo sembra essere diventata la pretesa di possedere sufficienti certezze prima di agire.

Vorremmo sapere che quella relazione funzionerà prima di investirci.

Vorremmo essere sicuri di essere all'altezza prima di accettare una sfida.

Vorremmo sapere che non falliremo prima di cominciare.

Vorremmo conoscere l'esito prima di compiere il primo passo.

Ma la vita non funziona così.


Le decisioni più importanti sono quasi sempre decisioni prese in condizioni di incertezza.

L'illusione di poter controllare il futuro

Una delle riflessioni più interessanti che il libro sollecita riguarda il rapporto tra conoscenza e controllo.

La modernità ci ha abituati a pensare che una maggiore quantità di informazioni produca necessariamente decisioni migliori.

In realtà, oltre una certa soglia, può accadere qualcosa di molto diverso.

L'informazione non riduce necessariamente l'incertezza.

Può persino amplificarla.

Più possibilità conosciamo, più possibilità dobbiamo confrontare.

Più alternative prendiamo in considerazione, più diventa difficile escluderne qualcuna.

Più cerchiamo la scelta perfetta, più ogni scelta concreta appare inevitabilmente imperfetta.

Il problema, quindi, non è sempre "non so cosa scegliere".

Talvolta è:

"Vorrei scegliere senza rinunciare a nessuna possibilità."

Ma scegliere significa esattamente il contrario.

Scegliere significa rinunciare.

Ogni decisione chiude alcune strade per aprirne altre.

E questa rinuncia può essere particolarmente difficile per chi vive l'errore come una conferma del proprio scarso valore.


Quando l'insicurezza diventa indecisione

Dal punto di vista psicologico, il tema della decisione è strettamente intrecciato a quello dell'insicurezza.

L'insicurezza non si manifesta necessariamente attraverso una persona che appare fragile, esitante o incapace.

Può assumere una forma molto più sofisticata.

Può diventare iperanalisi.

La persona pensa continuamente alla decisione, valuta ogni scenario, cerca ulteriori informazioni, domanda agli altri cosa fare, immagina le conseguenze.

Apparentemente sta facendo qualcosa.

In realtà, talvolta, sta semplicemente rimandando il momento dell'azione.

È la trasformazione del pensiero in un dispositivo di evitamento.

Pensare serve a decidere.

Ma quando il pensiero viene utilizzato per evitare di decidere, può diventare una trappola.

La domanda allora non è più:

"Qual è la scelta migliore?"

Diventa:

"Quante informazioni mi servono ancora per sentirmi sufficientemente sicuro?"

E questa domanda rischia di non avere mai una risposta.


La paura dell'errore

Alla base dell'indecisione troviamo spesso una convinzione implicita:

se scelgo male, significa che ho sbagliato io.

L'errore smette così di essere un evento e diventa un giudizio sull'identità.

Non ho commesso un errore.

Sono un errore.

Non ho preso una decisione sbagliata.

Sono incapace di decidere.

Non è andata come speravo.

Non sono abbastanza.

È questo passaggio che rende l'incertezza particolarmente minacciosa.

Se l'esito negativo di una scelta viene interpretato come una valutazione globale di sé, allora scegliere diventa molto rischioso.

La persona non sta più mettendo alla prova un'opzione.

Sta mettendo alla prova il proprio valore.

E quando la posta in gioco diventa così alta, è comprensibile che la mente cerchi di proteggersi.

Come?

Rimandando.

Controllando.

Chiedendo rassicurazioni.

Cercando la decisione perfetta.

Oppure, più semplicemente, non decidendo.


Ulisse e l'arte di navigare senza una mappa completa

È qui che la figura di Ulisse, richiamata da Van Offelen, diventa particolarmente potente.

Ulisse è l'uomo del viaggio.

Ma soprattutto è l'uomo dell'incertezza.

Parte senza poter conoscere tutto ciò che incontrerà.

Il suo viaggio non è una linea retta verso una destinazione conosciuta nei dettagli. È fatto di deviazioni, ostacoli, incontri, errori, pericoli e imprevisti.

Ulisse deve continuamente interpretare la realtà.

Deve modificare le proprie strategie.

Deve decidere.

Non può aspettare che il mare diventi sicuro.

Deve imparare a navigarlo.

È una metafora straordinariamente efficace della condizione psicologica dell'essere umano.

Noi vorremmo spesso avere la mappa prima di partire.

Ulisse ci ricorda che, in molte circostanze, la mappa si costruisce durante il viaggio.

Non possiamo sapere in anticipo chi diventeremo dopo aver compiuto una scelta.

Possiamo però diventare qualcuno capace di affrontare ciò che quella scelta porterà con sé.


La sicurezza non è l'assenza di paura

Questo punto permette di distinguere due concetti spesso sovrapposti: sicurezza e certezza.

Essere sicuri non significa essere certi.

La certezza riguarda ciò che pensiamo dell'esito.

La sicurezza psicologica riguarda invece il rapporto che abbiamo con noi stessi di fronte a ciò che potrebbe accadere.

Posso non sapere come andrà e, nello stesso tempo, sentire di poter affrontare ciò che accadrà.

Questa è una forma di sicurezza molto più solida.

È la sicurezza di chi non pensa:

"Non sbaglierò."

Ma:

"Se sbaglierò, potrò affrontarlo."

Non:

"Non soffrirò."

Ma:

"Se soffrirò, potrò attraversarlo."

Non:

"Sono certo che funzionerà."

Ma:

"Posso assumermi la responsabilità di provarci."

La differenza è sostanziale.

Perché la prima posizione pretende garanzie dal mondo.

La seconda costruisce fiducia in se stessi.


La prudenza come competenza psicologica

Riletta in questa prospettiva, la phrónesis può essere considerata anche una forma di competenza psicologica.

Significa saper valutare.

Distinguere.

Tollerare l'ambivalenza.

Considerare le conseguenze senza pretendere di prevederle completamente.

Accettare che ogni scelta abbia un costo.

Riconoscere le emozioni senza lasciare che siano esse sole a decidere.

E, soprattutto, assumersi la responsabilità dell'azione.

Non si tratta dunque di diventare persone impulsive.

Il messaggio del libro non è "osate sempre".

Sarebbe una semplificazione pericolosa.

Si tratta piuttosto di imparare a distinguere tra il rischio necessario alla crescita e il rischio inutile; tra cautela e evitamento; tra riflessione e rimuginio; tra prudenza e paura.

La vera prudenza non ci allontana dall'azione.

Ci permette di scegliere quando agire.


La cultura contemporanea del "se vuoi, puoi"

Questa riflessione apre anche una questione più ampia.

La nostra cultura propone continuamente messaggi di autoefficacia: se vuoi, puoi; credi in te stesso; esci dalla tua comfort zone; osa.

Sono messaggi apparentemente motivazionali, ma che possono produrre un effetto paradossale.

Se tutto dipende dalla nostra volontà, allora ogni fallimento rischia di diventare una nostra colpa.

Se davvero "se vuoi puoi", cosa significa quando vuoi ma non riesci?

La psicologia ci ricorda invece che l'essere umano non è onnipotente.

Esistono limiti.

Circostanze.

Vincoli.

Casualità.

Perdite.

Fallimenti.

E soprattutto esiste l'imprevedibilità.

Per questo il coraggio psicologicamente più maturo non consiste nel convincersi che "posso fare tutto".

Consiste nel poter dire:

"Non posso controllare tutto, ma posso scegliere come stare dentro ciò che non posso controllare."


La parola "osare" e il rapporto con il desiderio

C'è poi un'altra dimensione che il libro permette di esplorare: quella del desiderio.

Spesso l'indecisione non nasce dall'assenza di desideri, ma dal conflitto tra desiderio e paura.

Voglio cambiare lavoro, ma temo di fallire.

Voglio chiudere una relazione, ma temo di rimanere solo.

Voglio espormi, ma temo il giudizio.

Voglio ricominciare, ma temo di pentirmene.

Voglio scegliere, ma temo le conseguenze.

La persona rimane così sospesa tra due esigenze:

vivere ciò che desidera e proteggersi da ciò che teme.

L'indecisione può diventare allora una soluzione apparentemente neutrale.

Finché non scelgo, non rischio.

Ma finché non scelgo, non vivo neppure realmente la possibilità di ciò che desidero.

È il paradosso dell'evitamento:

ci protegge dal dolore possibile, ma anche dalla possibilità del cambiamento.


Non scegliere è comunque una scelta

Forse uno dei passaggi psicologicamente più importanti è proprio questo.

Pensiamo spesso alla decisione come a qualcosa che accade quando scegliamo A oppure B.

Ma esiste una terza possibilità:

non scegliere.

E anche non scegliere produce conseguenze.

Rimanere in un lavoro che non desideriamo è una scelta.

Continuare una relazione soltanto perché abbiamo paura di chiuderla è una scelta.

Rimandare indefinitamente un progetto è una scelta.

Non esporsi per paura del giudizio è una scelta.

Il problema è che, quando non decidiamo, possiamo raccontarci di non essere responsabili di ciò che accade.

Ma la realtà continua comunque a muoversi.

Il tempo decide per noi.

Gli altri decidono.

Le circostanze decidono.

Ed è forse questa una delle forme più sottili di perdita dell'autonomia.


Il coraggio di assumersi la responsabilità

In questo senso, La prudenza di osare può essere letto anche come un libro sulla responsabilità.

Decidere significa infatti assumere la possibilità che l'esito non corrisponda alle aspettative.

Non esiste scelta senza responsabilità.

E non esiste libertà senza una quota di rischio.

Questo è uno dei motivi per cui la riflessione aristotelica mantiene una straordinaria attualità.

La libertà non consiste nell'avere infinite possibilità.

Consiste nel poter scegliere tra possibilità limitate, assumendosi le conseguenze della scelta.

È una libertà molto meno romantica di quella che spesso immaginiamo.

Ma probabilmente più reale.


Una prospettiva clinica: aiutare a decidere senza decidere al posto dell'altro

Anche la psicoterapia può essere letta attraverso questa lente.

Il compito del terapeuta non è scegliere al posto della persona.

Non è dire:

"Lascia quella relazione."

"Accetta quel lavoro."

"Fai questo."

"Non fare quello."

Il lavoro terapeutico consiste piuttosto nell'aiutare la persona a recuperare la capacità di stare nella complessità della scelta, riconoscendo paure, desideri, vincoli, risorse e responsabilità.

Non sempre abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica cosa fare.

Talvolta abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a tollerare il fatto che nessuno può dircelo con certezza.

È una differenza fondamentale.

Perché l'obiettivo non è eliminare l'incertezza.

È aumentare la nostra capacità di affrontarla.


Dal controllo alla fiducia

In questo senso, il passaggio psicologico fondamentale è quello dal controllo alla fiducia.

Controllare significa cercare di ridurre l'imprevedibilità.

Fidarsi significa riconoscere che l'imprevedibilità esiste e confidare nella propria capacità di affrontarla.

Sono due posizioni radicalmente diverse.

La prima dice:

"Devo sapere cosa succederà."

La seconda:

"Non so cosa succederà, ma posso affrontare ciò che accadrà."

È qui che prudenza e coraggio smettono di essere opposti.

La prudenza valuta.

Il coraggio agisce.

La phrónesis li mette in relazione.


Osare non significa non avere paura

Forse, allora, dovremmo smettere di considerare la paura come la prova che non siamo pronti.

Avere paura prima di una decisione importante è normale.

La paura segnala che qualcosa per noi conta.

Il problema nasce quando interpretiamo quella paura come un ordine:

"Se hai paura, non farlo."

Ma emozione e decisione non sono la stessa cosa.

Possiamo avere paura e scegliere.

Possiamo dubitare e scegliere.

Possiamo essere insicuri e scegliere.

Possiamo non avere garanzie e scegliere.

Il coraggio non è l'assenza della paura.

È la possibilità di non consegnarle il governo della nostra vita.


La prudenza di osare

È forse questo il significato più profondo del titolo di Catherine Van Offelen.

La prudenza di osare non è una contraddizione.

È una sintesi.

È il punto nel quale l'intelligenza incontra il coraggio.

Nel quale la riflessione incontra l'azione.

Nel quale riconosciamo i limiti del controllo senza rinunciare alla nostra possibilità di scegliere.

Aristotele ci offre il concetto.

Ulisse ce ne offre la metafora.

La psicologia può trasformarlo in una domanda concreta:

quanto della nostra vita stiamo aspettando di essere abbastanza sicuri per poter finalmente cominciare?

Forse non diventeremo mai abbastanza sicuri.

Forse la certezza che cerchiamo non arriverà.

Forse nessuna scelta importante ci verrà consegnata con una garanzia.

E allora la questione cambia.

Non più:

"Come posso essere certo di scegliere bene?"

Ma:

"Come posso diventare una persona capace di scegliere anche quando non posso essere certa?"

È una domanda più difficile.

Ma anche più libera.

Perché significa smettere di chiedere alla vita garanzie che la vita non può darci.

E iniziare a costruire dentro di noi quella fiducia che ci permette di navigare anche quando la rotta non è completamente visibile.

Come Ulisse.

Come ogni essere umano.

Perché, in fondo, la prudenza non consiste nel non partire mai.

Consiste nel sapere perché vale la pena partire.

E avere il coraggio di farlo, anche quando il mare non promette bonaccia.


Bibliografia: Van Offelen, C. (2026) La prudenza di osare. Aristotele, Ulisse e il coraggio dell'azione. Ed. Ponte alle Grazie.

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